Testimonianze

  • Silvana Miotto
  • Alice C.
  • Silvia Tomassetti
  • Marilena Traversa
  • Filippo Chierico
  • Sergio Lovo
Silvana Miotto

Silvana Miotto

Mi presento, sono Silvana Miotto, vivo in Friuli da sempre e dopo una lunga serie di esperienze lavorative, da intervistatrice in sondaggi universitari ad agente di commercio, nonché barista, impiegata in un ospedale per terminare con l’attività di insegnante di lingua inglese in una scuola elementare, ora in pensione, a 62 anni. Nel maggio 2018 ho subito un intervento presso l’ospedale Bellaria di BOLOGNA. Le rassicurazioni del chirurgo preventive all’intervento mi avevano prospettato una settimana di ricovero, con dimissione dopo aver ridotto un piccolo aneurisma (mm.5) posto in una vena superiore della parte destra del mio cervello. La scoperta era stata recente e, superato lo shock iniziale, dopo una diagnosi quasi casuale, richiesi vari consulti, risultati piuttosto contraddittori fra loro. Mi sono rivolta a diversi specialisti in Friuli, prima, a Bologna in seguito. Sono sempre stata piuttosto risoluta nel prendere decisioni e non potevo continuare a vivere con la sensazione che, da un momento all’altro, potesse capitare il PATATRACK! Si prospettava infatti, da parte di alcuni esimi professori, che potesse verificarsi un’emorragia cerebrale improvvisa, per cui era meglio ricorrere in tempi brevi alla  chirurgia, soluzione sconsigliata invece da altri  illustri dottori! Che fare? C’è da dire che fino a quel momento non avevo manifestato alcun disturbo, per cui entravo in ospedale più pimpante che mai!!

Così forte era il desiderio di “liberarmi” di questa preoccupazione che in breve decisi che…sì, avrei affrontato l’intervento, senza lasciar posto ai dubbi ed ai rischi che comunque questo comportava. Era deciso.

Purtroppo gli eventi successivi furono disastrosi: non si è ancor oggi capito bene che cosa “sia andato storto” in sala operatoria ma una volta uscita di là, la parte sinistra del mio corpo era paralizzata. Non riesco a descrivere lo sbigottimento e le sensazioni devastanti di quei giorni, con il dolore di mia figlia, sempre accanto! E’ grazie a lei, alla sua dedizione ed amore che mi ripresi e, da subito intrapresi un’intensa attività riabilitativa: iniziai  una serie di interventi da parte di fisiatri e fisioterapisti, in quell’ospedale ed in altri centri riabilitativi del Veneto, del Friuli V.G.  e del Trentino A.A.

Dopo i primi sei mesi di fisioterapia diciamo così “classica”, iniziai con la fisiokinesiterapia in piscina, attività che proseguii con impegno per oltre un anno. I progressi erano sempre lenti ed il cammino molto stentato, con l’appoggio di un bastone ed una molla di Codivilla al piede che mi dava il tormento! Anche i movimenti del mio braccio sinistro non accennavano a migliorare, avevo anzi la sensazione che la rigidità di braccio e mano andassero aumentando…insomma più impegno ci mettevo…meno risultati si vedevano. In Trentino sperimentai la robotica, in particolare con esercizi giornalieri con un “lokomat”, un macchinario molto complesso collegato ad un software che mi faceva muovere le gambe in una camminata, più o meno veloce, per una mezz’oretta circa. Dopo l’entusiasmo iniziale, derivante dalla sensazione di aver effettivamente percorso qualche chilometro, appesa a quel macchinario portentoso, sentivo che non era neanche quella la soluzione ai miei problemi, infatti nel giro di pochi giorni riferivo forti dolori al basso ventre ed una cistite micidiale che mi impedirono di continuare in questa attività da burattino appeso per la collottola. Nei periodi trascorsi nei vari centri di riabilitazione, alla speranza nel miglioramento seguiva purtroppo  la disillusione, mia e della mia tenace figlia! Non ci siamo comunque arrese poiché, grazie a Dio, al sostegno di parenti ed amici nonché alla mia personale fiducia nella vita e alle tante amicizie nate durante il mio percorso di cura, il morale è stato sempre alto: la fiducia e l’amore per la vita sventolavano alti come una bandiera di felicità che mi piaceva esibire!! Mia figlia, Arianna, dedita dal 2018 a “studiarsi” svariati testi di fisioterapia e cura, trovava ogni giorni consigli e ragguagli che facevano al caso “nostro”…bisognava in ogni modo trovare una soluzione…possibile che non esistesse qualcosa di più? Più moderno, più all’avanguardia, più centrato sul punto da dove scaturivano tutte le difficoltà, vale a dire… il CERVELLO? Nelle sue letture si imbattè nella storia di una signora torinese autrice del libro “Aiuto: è crollato il mondo!!!E non ho fatto in tempo a spostarmi…dove sono i pezzi?”

Già donna in carriera in quel di Torino, colpita inaspettatamente da una specie di infarto al cervello con emorragia cerebrale e tutte le conseguenze pesanti che questo comporta. Marilena, questo il suo nome, dopo innumerevoli tentativi di riabilitazione “falliti”, aveva scoperto dell’esistenza di una clinica universitaria, in prov. di Vicenza, Comune di Santorso, in cui si attuava un metodo innovativo, quello neurocognitivo. La signora Marilena, trascorse alcuni mesi di cura presso “Villa Miari”, a Santorso e, dopo questo periodo, riusciva a camminare senza l’utilizzo di bastone, le sue condizioni generali erano molto migliorate, i dolori pressocchè spariti e la mobilità del braccio migliorata. Inutile descrivere la felicità e la sua gratitudine nei confronti di tutto lo staff che lavora presso il Centro, che, oltre al metodo straordinario studiato dal prof. Carlo Perfetti, accoglie i pazienti con estrema gentilezza e cura in un ambiente che diviene ben presto luogo familiare e protettivo. Mi attivai subito per un ricovero presso questo centro di cura, la speranza si riaccendeva! Una volta ottenuta l’autorizzazione da parte della mia AAS, raggiunsi Santorso per trascorrere circa 60 giorni presso Villa Miari.

Ciò che mi aveva prospettato la cara Marilena, si andava realizzando giorno dopo giorno: la cura, la tranquillità e la pazienza dei riabilitatori erano uniche, oltre alla loro preparazione così approfondita; ebbi modo di incontrare anche delle giovani fisioterapiste impegnate nella loro formazione come riabilitatrici neurocognitive. Il clima in Villa Miari era sereno ed i risultati non tardavano ad arrivare: da subito venne eliminato il tutore che avevo al piede sinistro (vero e proprio incubo da  circa due anni) ed iniziai  una serie di esercizi neurocognitivi che puntavano sulla concentrazione e sul “sentire” i vari movimenti , le pressioni o le percezioni tattili. Tutto molto diverso dagli esercizi prettamente fisici eseguiti fino a quel momento, a volte anche molto dolorosi (direi…indimenticabili!).

Mi rendevo conto che in tal modo si cercava la guarigione seguendo un percorso del tutto diverso, molto più rispettoso del mio stesso corpo e, soprattutto della mente, della quale veniva finalmente riconosciuta l’importanza fondamentale!

Alla dimissione riuscivo a camminare (molto lentamente) con l’aiuto di un bastone, avevo riacquistato una postura accettabile del corpo e riuscivo ad allungare il braccio lungo il fianco. I miei progressi me li sono subito sentiti addosso!! Ma c’era necessità di ulteriori cure, gli esercizi dovevano proseguire e questo ancor oggi, fino a quando?

…finchè servirà! Mia figlia ha imparato, da apprendista volontaria, gli esercizi praticati dalla terapista che mi ha seguito per l’intero periodo di ricovero a Villa Miari, li stiamo ora ripetendo a casa, come meglio possiamo…questo perché nella mia regione, il Friuli, non esiste alcun centro improntato al metodo neurocognitivo, né vi sono riabilitatori neurocognitivi qualificati. Mi rendo conto della necessità di continuare seriamente questa cura, così, con mia figlia Arianna, abbiamo pensato che l’unica soluzione sia quella di avviare un piccolo centro qui, in Friuli, che consenta a me ed a quanti ne abbiano bisogno, di potersi curare grazie a questo metodo scientifico rivoluzionario, frutto di una grande mente italiana: il professor Carlo Perfetti. Sappiamo che non sarà facile, la strada che abbiamo davanti è piena di buche e sassi, molto difficile per me!!...comunque è in salita e sono sicura che ci porterà in alto, verso una meta buona e luminosa!!!! Per raggiungere questa meta, non siamo sole, è nata un’associazione di volontariato che si chiama “MeravigliosaMENTE”, è sorta dall’iniziativa di un gruppo di amici e simpatizzanti che condividono il nostro obiettivo e sono disposti ad impegnarsi direttamente per realizzare un centro funzionante ma accanto abbiamo bisogno della solidarietà e della partecipazione di tutti. Perseguire la salute e combattere per proteggerla appartiene a tutti noi, cerchiamo di creare una lunga catena di solidarietà e collaborazione che ci dia forza  e sostegno nei momenti difficili!  “Ad astra per aspera” dicevano i nostri antenati latini, si arriva alle stelle affrontando le difficoltà.

Silvana Miotto

Alice C.

Alice C.

All'inizio degli anni settanta, quando a 22 anni fatti ebbi il mio primo problema neurologico, non esisteva né internet, né il cellulare e neppure la risonanza magnetica. Quindi niente diagnosi.
Si, per me una vera fortuna, dopo una permanenza di 12 giorni all'ospedale di Amburgo, la città dove da un paio d'anni mi ero trasferita, ero ritornata come prima. Riuscivo di nuovo ad usare il mio braccio destro e con la mano potevo di nuovo scrivere e quindi lavorare.
Questo episodio mi ritornerà in mente quasi vent'anni dopo e poi nell'indimenticabile 1996, data che definirà l'inizio della mia vita da disabile.

In quel mattino di gennaio del 1996, e nei giorni che seguirono,
si spense la luce del mio mondo.

Anche questa volta, come già in passato, i miei problemi non vennero presi sul serio dai medici che consultai, nonostante fossero ben visibili, e si pensò piuttosto a dei problemi psicosomatici. Fu solo alla fine di più di quattro duri anni, dopo aver cambiato città, lavoro e più di un medico, che - su mia esplicita richiesta - mi ricoverarono all'ospedale universitario di Colonia. Ebbi la diagnosi di Sclerosi Multipla quando era già in fase avanzata, cioè cronica: una forma secondaria progressiva. Questo significava che non avrei avuto crisi di tanto in tanto, ma peggioramenti continui.
Se negli anni precedenti mi ero mossa malamente in un mondo senza luce, con continui peggioramenti e continuando a lavorare senza cure di nessun tipo, né alcuna attenzione ad adottare comportamenti preventivi, ora la diagnosi mi tolse il terreno sotto i piedi.

Il mio mondo crollò in quell'istante,
nell'aprile del 2000.

Naturalmente venni curata col cortisone a cui seguì l'interferone, che accettai per ben 14 mesi, il tempo per mettermi a confronto con questa malattia. Dopo di che, senza alternativa, decisi di smettere con le punture.
Non mi convinceva il fatto che ci potesse essere un farmaco utile se prima non si era a conoscenza della causa della patologia. Un farmaco che sopprime il sistema immunitario sopprime anche ciò che c´è di sano in me, mi dissi. Già il termine “sopprimere” mi deprimeva psicologicamente. Inoltre, non era il mio stile accomodarmi passivamente ogni tre mesi in sale d'attesa di medici, nella permanente speranza che arrivasse un aiuto dalle case farmaceutiche.

Questa decisione la ritengo il mio primo importante passo
verso la giusta direzione.

Ora, e negli anni che seguirono, mi fu molto d’aiuto quello che avevo imparato fin dalla più tenera infanzia dalla mia semplice e numerosa famiglia di un paesetto di montagna. Oltre alla dannosa mancanza di pazienza e alla tendenza alla rigidità mentale, che ora si riversava sul mio corpo, avevo imparato a rinunciare, ad arrangiarmi e a rimboccarmi le maniche…
Nel frattempo potevo muovermi solo con un deambulatore che usai per più di sette anni. Temevo il futuro, che poteva portarmi alla paralisi completa. Non erano tanto le rinunce a rendermi terribilmente triste, ma la perdita della mia autonomia, il non poter più lavorare, essere tra la gente, rendermi utile. Mi pesava terribilmente dover chiedere sempre aiuto ad altri anche per cose elementari. Nessuna decisione poteva più essere spontanea, ogni azione per quanto banale, doveva essere programmata, organizzata e dipendeva spesso dalla disponibilità di altre persone.
Rinunciare era per me molto più facile e così rimasi per più di vent’anni senza andare in un bosco. Viverlo senza poterci entrare con le mie gambe mi avrebbe fatto ancora più male. Il tutto avveniva mentre io ero rinchiusa in un corpo sempre più paralizzato, sempre più freddo, sempre più rigido che mi rifiutava progressivamente la sua collaborazione.

“Vivevo” in un mondo dal quale ormai mi sentivo tagliata fuori.

Dei dodici anni che vanno dal gennaio 1996 al settembre 2008, quando iniziai la Terapia Neurocognitiva del Professor C. Perfetti al Centro Studi della Villa Miari di Santorso, non voglio scrivere di più. Chi conosce la sofferenza di una malattia incurabile non ha bisogno di tante parole.
Se nel 2001 la mia prima importante decisione fu quella di smettere con i farmaci, la seconda fu, quando riuscii, se pur malamente e per pochi attimi a muovere di nuovo un unico dito della mano sinistra durante un esercizio di Terapia Neurocognitiva che mi aveva proposto una terapista che aveva appena concluso un corso di un paio di settimane su questo metodo, quella di capire che questa possibilità esiste per tutto il resto del corpo. Ora ero convita che se mai ci fosse stata una possibilità di uscire da quell'incubo, non poteva esserci che grazie al cervello!
Iniziai a cercare su internet il Prof. C. Perfetti e così fu che nel settembre del 2008 (sarà la mia seconda data di nascita), iniziai la Terapia di Riabilitazione a Villa Miari di Santorso. Considerai già di per sé una grandissima fortuna riuscire ad avere uno dei dieci posti letti del Centro Studi.
Bisogna sapere che io non avevo la minima idea di come funzionasse, non sapevo niente e, pur essendo italiana, dopo tanti anni all'estero mi sentivo straniera in Italia, spesso mi mancavano le parole della mia lingua madre, mi comportavo “alla tedesca” per quanto riguarda orari ed altro.

Ma soprattutto ero molto malata.

Ormai non riuscivo più ad alzarmi e tanto meno a stare in piedi, a stento mi tiravo su con tutte le mie forze aggrappata a qualche tavolo o a qualche mobile, ero gobba e mi spostavo appoggiandomi come un ranocchio o peggio.
Le prime settimane furono veramente dure, tra l'altro avevo paura che mi dimettessero senza alcun risultato; avevo anche timore di esprimere questa mia paura che tenni per me stessa. Il mio corpo sentiva e riconosceva poco o niente durante gli esercizi. Del metodo di terapia non avevo capito ancora nulla, quello che all'inizio mi colpì fu qualcosa se non mi sarei mai aspettata:

Il comportamento dei terapisti.

Umanamente gentili in un modo che non conoscevo, con una pazienza mai vissuta prima di allora, una comprensione mai immaginata, una tolleranza e accettazione, mi trasmisero una vera e profonda comprensione senza usar parola, una benevolenza che raggiunse il mio cuore prima ancora che potessi capire cosa stesse succedendo, ancora oggi non riesco ad esprimere come mi sentii accolta e ben trattata. Alla base di tutto ciò ci doveva essere una filosofia di vita. Qualcosa di straordinario che non avevo mai incontrato prima di allora, né in famiglia e tanto meno all’estero.
Osservavo il comportamento degli altri pazienti, dei loro parenti, c'erano anche genitori di ragazzi giovani, con gravi patologie, sorridenti, sereni, mi salutavano, mi rivolgevano la parola. C'era un'atmosfera particolare mai vissuta prima in un luogo di cura. Mi sembrava di essere entrata a far parte di una famiglia. Una cosa nuova che mi stupiva e mi faceva stare bene.

Qui si impara tutto, mi dissi.

Qui è il mio posto, questa è la mia strada. Pian piano entravo nel concetto, il mio corpo incominciava a sentire qualcosa, la fiducia nel mio terapista cresceva di giorno in giorno. Ogni giorno c'era qualcosa da scoprire nel mio corpo. Una strada molto, molto lunga, anche ripida, ma piena di piccole e piccolissime sensazioni e miglioramenti, e a lungo andare di conquiste da far piangere dall’immensa emozione.
E in tutto questo lavoro dovevo essere attiva, fin dal primo momento ne fui coinvolta attraverso le domande che il terapista mi poneva. Questo mi fece risentirmi viva con un impegno, un compito, il più importante che abbia mai affrontato. Gli ingredienti? Fiducia, consapevolezza, concentrazione, curiosità, calma, pazienza e una grande porzione di benevolenza verso se stessi.
Questa è una strada che si fa insieme al Terapista Neurocognitivo, partendo da due punti diversi e avvicinandosi lentamente fin tanto che ci si incontra nello stesso punto, diventando complici. È lì che la mia mente si ricollega, grazie alla sensazione fisica, a quella parte del corpo che fino a quel momento si era rifiutata di collaborare con me, questo è il meraviglioso momento dell'incontro dove lacrime di gioia testimoniano forti emozioni. Solo chi da anni non può più muovere un piede conosce il sapore della sensazione e dell’emozione che si prova quando una caviglia si apre e si chiude.
E dove sono ora? Si chiederà forse qualcuno. Ho avuto la fortuna di poter tornare al Centro Studi una volta l'anno per una media di quattro settimane. Dopo più di sette anni di deambulatore e otto anni di sedia a rotelle elettrica, ora, da quasi quattro anni, cammino senza supporto alcuno, inizialmente solo in casa, poi fuori, aumentando le distanze un po' alla volta.
Oggi posso passeggiare nel bosco per più di un'ora. Ho ancora problemi con le braccia e con le mani e, non riuscendo a portare pesi, uso uno scooter per fare la spesa. Spero un giorno di poterlo sostituire con una bicicletta che ancora non riesco ad usare. Dalla Sclerosi Multipla non sono guarita, può sembrare quindi un miracolo questo mio grande progresso, un miracolo possibile solo grazie al cervello e alla grandissima professionalità e competenza ad un alto livello umano dei Terapisti Neurocognitivi del Centro Studi di Villa Miari di Santorso.
Una strada lunga, dirà qualcuno. Certo, ma questo percorso non solo mi ha ridato una vita autonoma nuova, non ho solo imparato a camminare, ma ho anche capito in quale direzione andare. Questo è un regalo in più che non mi aspettavo. Per quanto strano possa sembrare, a questo percorso non vorrei più rinunciare. Rimango profondamente grata al Professor Perfetti e a tutti i terapisti che mi hanno dato tanto e che porto ben custoditi nel mio cuore.

G R A Z I E
Alice

Silvia Tomassetti

Silvia Tomassetti

Buongiorno,
mi chiamo Silvia Tomassetti e sono madre di due gemelli di dodici anni, nati alla venticinquesima settimana di gestazione e con più di qualche salita da affrontare sulle spalle.
Fin dalla terapia intensiva, una volta accertato il danno cerebrale per entrambi, ci avevano diretto verso un centro di terapia riabilitativa che abbiamo frequentato per sei anni con l' unico risultato di aver instaurato maggiormente la patologia che man mano si palesava: diplegia per il maschietto e tetraplegia per la femminuccia, semplicemente perché la terapia era sbagliata.
Perdendo sei anni ho compreso che tutori, botulino, esercizi ripetuti senza il minimo coinvolgimento non portano a nulla! La fortuna ha voluto che dopo sei anni, per mia disperazione e volontà, decidessi di allargare i miei orizzonti e mi sono imbattuta nel metodo Perfetti facendo una semplice ricerca su internet: mi si è aperto un mondo!
Subito ho preso contatti con i maggiori referenti e con l'unica terapista del circondario che lo praticava e da lì la vita dei miei figli è totalmente cambiata: tolti i tutori mio figlio ha iniziato a camminare autonomamente dopo tre mesi...mia figlia attualmente utilizza  una sedia a rotelle e sta facendo esercizio con il carrello per imparare a camminare...ma cosa ancora più importante ho finalmente visto che cosa la terapia riabilitativa fa: costruisce una conoscenza, un movimento, una azione mediante un processo empatico e condiviso tra paziente e terapista, e il paziente qui non è un pezzo di carne da muovere, ma attore principale delle sue conquiste!
Scrivi ciò affinché questa metodologia possa finalmente avere il posto principale che merita nel mondo della riabilitazione….. permettendomi di parlare in quanto ho perso sei anni della vita dei miei figli in terapie sbagliate e mortificanti che non auguro più a nessuno.

Silvia Tomassetti

Marilena Traversa

Marilena Traversa

Sono Marilena Traversa, nata nel 1958.
Ad inizio Agosto 2013 mi trovavo nel mio ufficio di Sarmeola in provincia di Padova, una delle quattro location in cui si trovavano le 200 persone che dirigevo nel mio ruolo di manager di un grande gruppo bancario italiano.
Improvvisamente sentii forti dolori all’addome e la febbre salì rapidamente fino a 40.
Decisi pertanto di recarmi al pronto soccorso di Abano e lì scoprii di avere i diverticoli e che il mio intestino si era bucato, procurandomi una infezione.
Il mattino successivo fui sottoposta ad un lungo intervento salvavita da cui positivamente riemersi a sera. Dopo una notte tranquilla una infermiera arrivo’ a controllare il mio decorso e, nel misurarmi la pressione dal braccio sinistro, si rese conto che improvvivamente era caduto senza alcun controllo da parte mia.
Così a sorpresa si verifico’ di buon mattino un guaio cerebrale “modello ictus” . Dopo il tempo necessario per stabilizzare le mie condizioni, rientrai in ambulanza a Torino, citta’ in cui risiedo dal 1982 quando mi ci ero trasferita per lavoro insieme alla mia amica Lalla, anche lei della provincia di Alessandria, che in questa storia non mi ha mai fatto mancare per un attimo la sua assistenza. Fui ricoverata al San Camillo, una clinica convenzionata specializzata in riabilitazione.
Dopo un poco di tempo passato in una sorta di intorpidimento cerebrale che rendeva piu’ ovattata la mia percezione e piu’ lenta del mio solito la capacita’ di ragionamento, di reazione e di interazione, iniziai a “studiare” la mia situazione, cercando informazioni in rete e non solo. Due erano le domande che mi ponevo e a cui avrei dovuto dare una risposta :
CHE COSA mi era successo e PERCHE’?
CHE COSA avrei dovuto fare per riprendere il controllo della meta’ sinistra del mio corpo che mi rimandava soltanto dolori indicibili e che non riuscivo piu’ a muovere neppure di un millimetro?
Per cercare la risposta alla prima domanda, chiesi ai vari medici e lessi piu’ volte la cartella clinica di Abano.
La risposta era .Al PERCHE’ pero’ fecero ipotesi che non trovavano alcun riscontro con la realta’ del mio fisico che ben conoscevo: ipertensione (no, sono ipotesa), fumo (no, numero sigarette piu’ che modico), carotidi intasate (no, i checkup a cui mi ero sottoposta per conto dell’azienda non avevano mai evidenziato problematiche in quell’ambito), ormoni sostitutivi assunti dopo la menopausa chirurgica dell’anno precedente (no, tali farmaci aumentano questi rischi dell’1% in persone predisposte e non era il mio caso).
Io avrei dovuto indagare in altro modo: mi serviva scoprire il PERCHE’ per comprendere se l’evento poteva essere ripetibile o poteva essere archiviato come un .
La risposta arrivo’ poi nel 2014 dal QUINTO neurologo interpellato, il Prof Baracchini dell’Ospedale di Padova, dopo che i precedenti mi avevano gia’ riempita di farmaci vari, dai miorilassanti agli antidepressivi, dagli anti ipertensivi a quelli contro l’epilessia (mai occorsa, per fortuna).
Per non lasciare la suspance svelo il mio PERCHE’ si chiama , un evento raro che, quando colpisce, lo fa statisticamente prima dei 30 anni e porta al decesso nel giro di 15 minuti. Per me si verificarono due casualità: l’evento nefasto in eta’ oltre i 50 e il formarsi di un grumo di sangue che nell’arteria otturo’ il punto lacerato salvandomi la vita e facendo morire la parte del cervello non piu’ irrorata ( ecco dunque <l’effetto ictus>).
Per il punto 2 mi affidai al San Camillo di Torino per i tre mesi di ricovero previsti dal protocollo e per un successivo mese di day hospital.
Ho imparato a stare in piedi e a muovermi col bastone portando avanti le gambe larghe come un burattino e domandandomi quale fosse la logica nel somministrare a me, paziente con un guaio cerebrale, le stesse cose che facevano per i pazienti con le rotture o che avevano avuto interventi ortopedici.
Mi facevo ribrezzo vedendo nello specchio il mio corpo sciancato e senza piu’ alcuna simmetria. L’effetto piu’ impattante non era il mio braccio immobile e il mio stare in piedi aggrappata a un appiglio: erano le sensazioni strambe e molto dolorose che mi arrivavano dalla mia parte sinistra. Stare seduta sul water (una conquista per chi e’ paralizzato) mi dava dolori al bacino come se le ossa si stessero frantumando; le gocce di acqua del rubinetto o della doccia mi procuravano dolori come di tante lame conficcate nella carne; l’acqua fredda mi pareva ustionante, un calzino mi dava mille punture al piede, il lenzuolo mi pareva un letto di chiodi. I terapisti (eccetto uno) che mi toccavano il braccio mi inducevano un dolore come se lo frantumassero in una morsa di ferro.
L’unico fisioterapista con cui mi sentivo di aprirmi e confrontarmi era quello che non mi faceva male e che si dimostro’ in accordo con me nel buttare il tutore per la mano che mi faceva vedere le stelle perche’ la mano si rattrappiva e si chiudeva fino a conficcare le unghie nel tutore o nel palmo. Era l’unico che pareva capire il mio dolore e che non cercava di curarlo con chili di pasticche ( che non mi davano, ovviamente, alcun sollievo).
E’ stato lui a confermarmi ( da buon allievo del Prof. Perfetti) che sarebbe stata buona idea andare a Villa Miari e che occorreva insegnare al cervello anziche’ strattonare il corpo: finalmente un addetto ai lavori mi confermava il punto a cui ero arrivata a furia di ricerche e letture.
E questo incontro con Luciano fu la mia salvezza. Combattei come un leone con la sanita’ piemontese per farmi autorizzare una visita di valutazione a Villa Miari.
Quando ci andai e la Dott.ssa Rizzello si avvicino’ per toccare il mio braccio, io mi ritrassi velocissimamente incenerendola con lo sguardo. Fu solo dopo che lei mi disse di sapere che io probabilmente provavo forti dolori e me ne diede spiegazione che mi tranquillizzai e le permisi di toccarmi.
La delicatezza di un riabilitatore Perfetti e’ il primo tratto stupefacente, le loro spiegazioni piu’ efficaci di un botticino di tranquillanti.
Per me iniziare il percorso riabilitativo Perfetti e’ stato il punto di svolta, una lenta ma progressiva rinascita.
Via i dolori, ritornare a stare eretti in modo simmetrico, ritornare a camminare senza troppa fatica e con adeguata sicurezza, sentire nuovamente il braccio e la mano rilassati riprendendone pian piano il controllo.
Nella convinzione che la mia esperienza possa servire per le riflessioni di qualche paziente e di qualche fisioterapista ho deciso di scrivere e pubblicare un libricino i cui proventi vanno per aiutare il Centro Studi di Villa Miari.
A me la soddisfazione di aiutare qualcun altro a riprendersi la vita.

Filippo Chierico

Filippo Chierico

Buongiorno, scrivo con piacere la mia testimonianza, richiesta dal neo centro di riabilitazione “MeravigliosaMENTE”, riguardo alla mia esperienza riabilitativa vissuta col Metodo Neurocognitivo del Professore  Carlo Perfetti. Nel corso di quest’anno ho trascorso due settimane presso il Centro di Riabilitazione “Motus Mens” di Verona, sei settimane a Villa Miari (Santorso – Vi) ed un successivo ciclo di 4 settimane presso il Centro “Motus Mens”. In precedenza ero stato ricoverato presso altri due centri di riabilitazione, dove mi veniva praticata la classica fisioterapia.

Con la riabilitazione neurocognitiva di Perfetti, ho ritrovato la percezione del mio lato plegico in relazione all’ambiente che mi circonda.

Uno dei primi traguardi raggiunti è stato quello di riuscire a coinvolgere la spalla nelle varie azioni che compio con il braccio.

Un altro traguardo raggiunto è stato quello di riuscire ridurre in modo significativo la camminata “falciante”, la camminata è diventata molto più simile al mio modo di camminare precedente la lesione cerebrale.

Con rammarico dico che, solo dopo mesi di altre terapie, con la terapia neurocognitiva ho capito che non ho niente di rotto ma devo trovare strade nuove per le azioni che ho sempre fatto per 47 anni.

Devo un ringraziamento alla dottoressa Carla Rizzello Direttrice Scientifica di Villa Miari, che, in fase di valutazione della mia condizione motoria, mi ha detto: ”Mi dica signor Chierico, ma lei ha l’anca rotta? Perché si atteggia in questo modo? Si controlli!”

Con queste poche parole, che nessuno mi aveva mai detto prima, con piacere, fatica e consapevolezza ho fatto mio e ho abbracciato totalmente il metodo neurocognitivo che, seppur impegnativo, porta ad ottimi e gratificanti risultati.

Chierico Filippo
Altamura (Bari)

Sergio Lovo

Sergio Lovo

Buongiorno,
mi chiamo Sergio Lovo e risiedo a Caldogno in provincia di Vicenza, sono nato nel 1959. Un’ amica comune di nome Alice mi ha invitato a scrivere per raccontare la mia personale esperienza, avuta con riabilitazione fisico/mentale neuro cognitiva conosciuta anche come metodo Perfetti ( dovuta al nome del suo scopritore/ideatore).
Questa terapia si basa sulle capacità cognitive e plastiche che possiede il cervello umano .
Nel 2009, in seguito ad un grave incidente stradale ho avuto una lesione midollare tra la 5° e la 6° vertebra cervicale per cui mi sono ritrovato completamente paralizzato: non riuscivo più a muovere nessuna parte del mio corpo tranne che la testa , potevo parlare, vedere, udire, annusare, pensare, ma per tutto il resto il mio corpo nn esisteva più; non riuscivo più a comunicare con il mio corpo,era diventato una “cosa” a me sconosciuta, non mi rendevo neppure conto di dove fosse. I ricordi dei miei movimenti e del corpo in attività erano stati completamente rimossi dalla mia mente.
Ho trascorso circa 5 mesi presso il reparto di riabilitazione dell’ ospedale San Bortolo di Vicenza, là, dopo circa 3 mesi, ho iniziato a muovere le dita dei piedi, dopo altri 2 mesi sono stato dimesso, riuscivo appena ad alzarmi sulle gambe.Sono stato trasferito presso la clinica Villa Margherita a Vicenza dove ho continuato la riabilitazione fisica per altri 3 mesi come degente ed altri 2 mesi in day-hospital.
Personalmente non riuscivo ad avere la sensazione, che, nonostante il mio impegno e le ottime cure riabilitative , quanto stavo facendo fosse la cosa migliore per me .Cominciavo a reggermi in piedi ed anche a mangiare da solo , la forza dei mie muscoli aumentava ma il mio corpo continuava ad essere un’ entità completamente estranea a me stesso , io inviavo i comandi per farlo muovere ma nello stesso tempo non sapevo dove fosse , se non vedevo le mie mani, le mie braccia, le mie gambe , il mio bacino , io non sapevo dove fossero, era come non esistessero , non era compreso nella mia mente .
Nel giugno del 2010 venni casualmente a conoscenza che presso Villa Miari di Santorso, provincia di Vicenza, c’era una struttura di riabilitazione neuro cognitiva , che, secondo molti, faceva cose stupende in ambito riabilitativo.Decisi di recarmi là e, dopo una visita dal fisiatra, direttore della struttura, venni ricoverato in questo complesso.
L’ambiente e l’accoglienza mi sono piaciute fin dall’ inizio,il posto è molto bello, gli spazi ampi e piacevoli ed i terapisti sono delle persone che pongono al primo posto l’empatia e la comunicazione con I pazienti.
Ho scoperto solo in un secondo momento che la terapia neuro cognitiva ritiene prioritaria la capacità del terapista di comunicare e comprendere il paziente , di entrare appunto in empatia con il paziente, non considerandolo solo per la necessità di far ripartire I suoi muscoli.
Il ricovero presso Villa Miari si è protratto per circa 7 mesi nei quali, dal lunedì al venerdì, mi venivano praticate 3 ore di terapia giornaliera , un’ora e mezza al mattino ed altrettanto nel pomeriggio. Il terapista che mi seguiva era quasi sempre lo stesso; questo per me è stato molto importante in quanto siamo riusciti ad entrare in ottima sintonia, il che mi ha aiutato per raggiungere I risultati odierni.
All’inizio del ricovero mi reggevo in piedi e percorrevo con le stampelle brevi tratti ma non riuscivo ancora a capire dove si trovassero nello spazio le parti del mio corpo , cosa che non mi consentiva neanche di rimanere in piedi ad occhi chiusi. Le prime sedute di terapia si sono incentrate sulla ricognizione del mio epicentro , con la ricerca di sensazioni e percezioni sensoriali a livello del bacino .
Questi esercizi, nell’arco di 2 mesi, hanno attivato in me una capacità cognitiva e di equilibrio che mi ha permesso di reggermi in piedi anche con ad occhi chiusi ed ho iniziato a riconoscere la posizione nello spazio del mio corpo ( non ancora degli arti !) , in seguitosi è iniziato a lavorare sugli arti inferiori e quindi su quelli superiori , in particolare sulle mani .
Dopo la dimissione, ho continuato la frequentazione di Villa Miari per la riabilitazione, per un altro anno e mezzo, con una seduta di riabilitazione 2 volte la settimana, incontri durante i quali si è lavorato solo sulle mani, in particolare sulle dita.
Da allora non ho avuto bisogno di altre cure riabilitative e, oggi, mi ritengo una persona molto soddisfatta dei risultati raggiunti: faccio delle lunghe passeggiate, anche in montagna, con percorsi accidentati , seguo percorsi in bicicletta anche di oltre i 100 Km, affrontando notevoli dislivelli , riesco a destreggiarmi abbastanza bene con le mani, faccio un pò tutto , dall’usare un cacciavite al tagliarmi le unghie e molte altre azioni di ogni giorno.
Tutto questo naturalmente deve essere sempre accompagnato da un attento controllo mentale ; ho imparato a gestire e controllare costantemente i vari movimenti, quali essi siano e devo continuare ad imparare ogni giorno.
Posso dire che se non avessi conosciuto il metodo neuro cognitivo, non avrei raggiunto questi traguardi, non solo grazie a quanto appreso durante le sedute di riabilitazione ma anche per l’opportunità che questo metodo offre di acquisire fiducia ed accrescere la coscienza, nel paziente, di potere apprendere in continuazione da tutto ciò che si vive nella vita quotidiana.